domenica 18 febbraio 2018

Questione di classe

Sono in fibrillazione. Stiamo organizzando la cena di classe del liceo. Per me, l'unica classe degna di questo nome. Medie ed elementari infatti sono state un incubo.
Sono felice perché tanti compagni non li ho più rivisti da allora e perché di molti di loro conservo un ricordo veramente prezioso. In fondo siamo stati proprio una bella classe. Ci siamo divertiti e siamo stati uniti.

Grazie ai social network di molti di loro ho notizie indirette, ma loro non ne hanno granché di me.

Quindi, cari compagni (ehm, che parola grossa da usare, sotto elezioni) vi prego... Voi che
- mi avete vista piatta e brufolosa
- mi avete visto piangere per la prima insufficienza della mia vita
- siete stati compagni (ehm... di nuovo) delle risate più convulse che io ricordi
- avete accettato anche chi, come me, non fumava e non beveva (cosa molto rara e preziosa)

Vi prego. Vi prego. Non chiedetemi anche voi perché "una brava a scuola come me sia finita a fare il lavoro che faccio". 

Potrei non avere la forza di rispondere.

lunedì 12 febbraio 2018

Segni particolari: la professione

Di tante cose in cui poter incanalare la frustrazione di essere una diversamente occupata, devo ammettere che ne ho scelta una buffa.
Dovendo rinnovare la carta d'identità, mi sono fatta assalire dall'ansia. Cosa far scrivere alla voce "professione"? Dieci anni fa, nell'altro documento, ero una studentessa piena di speranza. Ma adesso??? Scrivere cosa faccio? Perché? Se fra qualche settimana farò un'altra cosa, e poi un'altra, e poi chissà? Scrivere cosa sono, per cosa sono formata, cosa avrei voluto fare, perché mai?
Sono andata all'ufficio con una decisione presa e un profondo senso di nausea.


Grazie al cielo, il sistema burocratico si aggiorna insieme alla società e nelle nuove carte d'identità (brutte come il peccato, fra l'altro) non si deve più dire. La nostra identità non è certo nel lavoro.

Vi lascio col dubbio di cosa avrei messo... Chissà che qualcuno ci indovini!

domenica 4 febbraio 2018

Divisa

Idealmente, il mio abbigliamento preferito è jeans (a zampa, non quegli attrezzi infernali che per toglierteli di dosso devi spellarti) e maglione caldo in inverno, di nuovo i jeans e una t-shirt nelle mezze stagioni e canotta e gonnelloni etnici in estate.
Sono stata piuttosto fortunata negli anni (e lavori) passati. Ho sempre bazzicato ambienti casual in cui mi sono potuta permettere di vestirmi come volevo. Anzi, in alcuni posti, a contatto con il Disagio, era eticamente e deontologicamente giusto non imbellettarsi tanto. Non è giusto ostentare a chi non ha e non per sua scelta, ma perché la vita è stata particolarmente ingiusta. Epica fu la vomitata di una paziente nella borsa Lui Jo della nuova operatrice griffata della comunità di riabilitazione dove ho fatto il tirocinio. Vedi alle volte, il karma.

Questa estate per la prima volta in vita mia ho invece avuto a che fare con una divisa. La cosa mi ha tolto molto dall'impiccio di sapere cosa mettermi, soprattutto al mattino presto quando mi si deve attivare il neurone e faccio fatica a trovare il portone di casa.
Federica può testimoniare perché l'ha vista. Il suo messaggio di risposta alla mia prima foto in divisa fu questo, e con ciò penso si possa dir tutto.


 
Diciamo pertanto che esteticamente non era il massimo ma questa è la verità: l'ho portata con un malcelato orgoglio. Non so neanche dirvi perché, forse perché mi faceva sentire un po' parte di un grande gruppo e di una macchina perfettamente oliata per funzionare al meglio. E dico anche che spero e non vedo l'ora di indossarla di nuovo (anche se prego di cambiare, che io sono bianchiccia e quel colore mi sbatte).
 
Anche nel lavoro di adesso si indossa di solito una sorta di divisa. Nel primo momento, forse ancora coperta dell'orgoglio dei mesi precedenti, pensavo di indossarla col sorriso. Poi ho scoperto che non era obbligatoria ma soprattutto che te la devi pagare, quindi ho comunicato con un energico gesto dell'ombrello che non avrei portato proprio un bel nulla. E adesso che vedo tutte le new entry con le divise nuove fiammanti, godo tronfia della mia piccola anarchia.
 
 

martedì 30 gennaio 2018

Sono giorni che passano

Come è precario l'equilibrio di chi si deve accontentare. Dagli ultimi fatti, la mia motivazione a venire a fare un lavoro che proprio non vorrei è scesa a livelli storici. Mi sembrano perfino troppe le pochissime ore che faccio e mi sento esausta come se lavorassi 12 ore al giorno. Se prima ironizzavo nel vedere persone impreparatissime fare il lavoro che io saprei fare ma per la legge no, ora mi pesa e mi fa tanta rabbia.
Aspetto notizie dal lavoro estivo ma i giorni sembrano non passare mai e non portare novità necessarie come l'ossigeno.

Sono talmente negativa che per un attimo, un attimo solo, ho anche pensato "ma se non mi fossi licenziata dal mio vecchio lavoro, non sarebbe stato meglio?! Bastava solo sopportare di più". Poi mi sono ricordata cosa c'era da sopportare e mi è passato tutto.

Mi sono ricordata che una di quelle che adesso sta apparentemente facendo "carriera" ha dichiarato tutta tronfia di essere stata nominata nel consiglio ma non nel direttivo (che per inciso è il consiglio direttivo) e che per guadagnarsi quella nomina lavorava da casa gratis fino a mezzanotte.

Ora io a mezzanotte se non sono già nel mondo dei sogni, me ne sto beata sul divano a pensare agli affari miei. Chiaro, voglio di più. Ma non voglio pagare un prezzo troppo alto.

giovedì 25 gennaio 2018

Tanti auguri Signor G!

Oggi avrebbe compiuto 79 anni. E invece Giorgio Gaber se n'è andato veramente troppo presto.
Delle persone dello spettacolo che sono morte in questi anni, posso dire che senza dubbio è quello che mi manca di più. Lui ha saputo mettere in una canzone veramente così tante sfumature dell'umanità che osservava che trovo difficile incontrare quel tipo di genio in altri artisti.

Ha cantato la dolcezza in Non insegnate ai bambini.
Ha cantato l'amore in Quando sarò capace di amare.
È stato scanzonato con Birra.
Ha canto l'opportunismo con Luciano.
Ha cantato il voyeurismo della tv con La strana famiglia.
Ha preso in giro "i piani alti" con Madonnina dei dolori.
Ha sbeffeggiato la politica con Destra-sinistra.

Potrei andare avanti per tutta la discografia.

È stiro ironico, scherzoso, ma sul finire forse ha capito che non c'era più molto da riderci su e ci ha regalato quel capolavoro che è La razza in estinzione.

Mi chiedo sempre cosa canterebbe del mondo di adesso, quando ascolto le sue parole, scritte anni e anni fa ma che ancora ora calzano a pennello.

Di una cosa su tutte avevi ragione, caro Signor G.

Tu facevi parte di una razza in estinzione. È la mia la generazione che ha perso.

martedì 16 gennaio 2018

L'analfabeta che sapeva contare

Sapendo quanto mi era piaciuto Il Centenario e quanto sia facile venir delusi quando si hanno delle alte aspettative su qualcosa, mi sono avvicinata a L'analfabeta che sapeva contare con titubante curiosità. Tipo "mah, vediamo un po' meglio come se la cava questo scrittore". Punto e basta, giuro. Ero pronta a non trovarmi davanti una storia brillante come quella di Allan Karllson.
E invece.

L'inizio mi ha rapita. E forse coinvolta un po' troppo sul personale. Quando questa bambina sudafricana analfabeta ma molto sveglia e intelligente si chiedeva, lavorando in mezzo alle latrine, "cosa ci faccio qui?", confesso di aver più volte alzato gli occhi a guardare le pareti del mio attuale luogo di lavoro ed essermi fatta la stessa domanda.

Comunque. Fino ad un certo punto tutto bene. Poi la ragazza incontra due gemelli in Svezia, uno molto intelligente e uno molto stupido. E siccome la ragazza deve disfarsi di una bomba atomica, il gemello scemo ne combinerà talmente tante che ci impiegherà 20 anni per riuscirci. Tanti. Troppi. Un susseguirsi di trovate idiote (troppo) che alla fine non ne puoi più e non ti resta che sbottare: "Ancora?? Ma bastaaa!"

Lettura bocciata, molto molto a malincuore.

mercoledì 10 gennaio 2018

Anno nuovo, Italia vecchia

Fonte: targatocn
.it
Insomma, mi sembrava di aver trovato un ambientino caruccio in cui lavorare, motivazione che mi faceva indorare molto la pillola del dover fare un lavoro che non è esattamente il più elettrifrizzante del mondo.
Mi hanno trattata benone e hanno trovato sempre il modo di farmi fare delle ore in più. Mi aveva fatto illudere che prima o poi sarei entrata un po' meno da diversamente occupata. Perché, e così mi è stato detto da loro stessi, "se vogliono far entrare qualcuno il modo lo trovano".

E infatti.

New entry neoassunto, volto noto perché visto in tutti i posti laddove occorre uno spintone per entrare, eccotelo fregarmi da sotto agli occhi tutte quelle belle ore che fino a ieri facevo io.

Anno nuovo, niente di nuovo. L'Italia è questa e temo non ci si possa far nulla.