venerdì 18 maggio 2018

Beati gli ultimi

Chi è precario come me e per campare deve fare un sacco di cambiamenti col lavoro perde il conto dei primi giorni che deve affrontare. Nuove mansioni, nuovi colleghi, nuovi orari, nuove ansie e (forse) nuove soddisfazioni e motivazioni. Si parla spesso del primo giorno, revocando il vissuto del primo giorno di scuola, come simbolo di nuovo inizio.

E l'ultimo giorno?! Perché, è inevitabile, per un precario ad ogni primo giorno si sa che corrisponderà un ultimo giorno.

Ma gli ultimi giorni sono sempre un po' messi in secondo piano. E invece portano con sé così tante cose... che valgono forse di più! Può essere pieno di tristezza, perché sai di lasciare dietro di te qualcosa di bello. Ma può essere anche una grossa liberazione, quando hai avuto più magagne che soddisfazioni. Purtroppo per me, questa seconda opzione la conosco fin troppo bene.

Ma ne conosco una nuova. Non provare nulla. È stato strano arrivare a fine lavoro e non esserne né felice né rattristata. Non avevo in effetti motivi preponderanti per essere l'una o l'altra.
Ma tutto sommato non ho avuto gran tempo per rifletterci su e di certo una cosa positiva c'è: dopo questa fine c'è già alle porte un altro inizio.

domenica 6 maggio 2018

Caro, passami il sale

La primavera mi piace. Perché torna il calduccio e per i fiori che esplodono di colori. Ma soprattutto perché è la stagione delle primizie dell'orto e io AMO carciofi, ravanelli, fragoline, pisellini, cipollotti freschi e baccelli. Boni. Ma boni boni!

Non so voi come mangiate ravanelli e baccelli. Io li sbuccio e li inzuppo nel sale. Per me queste verdure si mangiano così, alla contadina. Punto.

Ora, per la preparazione ci vuole solo un mezzo minuto, quello che occorre per spargere il sale scuotendo la saliera. E quest'anno, per la prima volta della mia vita, non mi angoscio durante questa operazione. Semplicemente perché grazie al lavoro svolto durante questo inverno ho messo dei gran muscoli che permettono di tenere insieme il braccetto flaccido che mi ritrovo per natura e non fare quell'orribile effetto ala di pipistrello quando scuoto la saliera.

Una soddisfazione personale. E la prova che nella vita serve tutto!



lunedì 30 aprile 2018

Io me ne andrei.

Mai sottovalutare l'effetto delle parole "mi licenzio".

Ho provato più volte. Hanno reagito come se avessi detto "sono la reincarnazione di Satana", appiccando un incendio con lo sguardo. Che poi è la stessa reazione di quando una donna dice di non voler figli.

Il passaggio successivo è argomentare sul perché e il per come lasciare quel meraviglioso lavoro sia sbagliatissimo. E te lo dicono con uno sdegno che pare tu stia rinunciando a un lavoro da almeno 2000€ al mese, con bonus, trasferte ai Caraibi pagate e sedia ergonomica con massaggio incorporato.

Occhi sgranati, bocca inarcata, vocali allungate per enfatizzare la repulsione che hanno verso di te che rifiuti la loro fantastica OPPORTUNITÀ. "Ma cooome, ti vuoi licenziaaaare davveeeroooo?!".


Come se non fosse possibile voler provare a cambiare in meglio.
Come se non fosse possibile chiedere al proprio lavoro più soldi, più certezza, più tranquillità, più... qualsiasi cosa manchi al vostro lavoro.

Ed è vero che siamo in un momento (che ormai dura ANNI) in cui il lavoro manca e chi ne ha un misero straccio deve comunque ringraziare. Ma è veramente giusto accontentarsi sempre e buttare giù bocconi amari?

Per esperienza: NO. Ci sono limiti che per la propria dignità non dobbiamo superare. E poi, non si sa mai dopo che cosa succederà!


Fonte
 ciucciafuffa

giovedì 19 aprile 2018

La fine di un amore

Un post condiviso da Diversamente Occupata (@diversamente.occupata) in data:
Il mio ultimo lavoro è stato come un amore nato in vacanza. Una robetta leggera, per star bene e passare il tempo piacevolmente fino al ritorno a casa. Si sa che finisce ma è bello goderselo a pieno.

I primi tempi è stato un idillio, mi era sembrato di uscire con il più romantico dei cavalieri. Passeggiate mano nella mano, cene offerte e portiera della macchina aperta galantemente. Poi ha smesso: la cena toccava offrirla a me e magari mi rubava pure metà dolce dal piatto.

Mi sono chiesta se all'inizio ho voluto vedere per forza il positivo ma ho fatto un'analisi della situazione talmente accurata che posso dirmi certa che tutte le cose buone sono sparite. Sto facendo tesoro di queste sensazioni perché nel futuro sarò più brava a prendere delle decisioni su cosa varrà la pena fare oppure no.

Stamani, in un momento di particolare simpatia delle persone che mi circondano al lavoro, ho dovuto contare i giorni che mi separano alla fine dell'incarico per trovare la forza di starmene zitta ed evitare qualche risposta acida. Brava me che ci sono riuscita, fra l'altro.

Ho proprio bisogno di fare le valigie e tornare a casa.

venerdì 13 aprile 2018

Elisa stira

Francamente questa cosa della discriminazione di genere mi ha fatto venire un paio di coglioni che potrei tranquillamente fare domanda per il cambio di sesso all'anagrafe.
Mi da la nausea veder martoriata la lingua italiana in nome di una uguaglianza che fra l'altro palesemente non si ottiene mettendo una A in fondo alle parole. SindacA. MinistrA. La cosa che però più mi da i brividi, come quando la forchetta stride nel piatto, è il ciao a tutt*. Con l'asterisco. Perché la grammatica italiana è così talmente maschilista che scrivere tutti, con la I, farebbe un torto imperdonabile alle donne.
La Isoardi che stira le camicie il venerdì è stata la notizia clou dei giorni scorsi. Tralasciando che secondo me da criticare non è l'atto in sé, ma piuttosto a chi le stira,  non ho veramente capito l'accanimento di tante "femministe". Alla fine tante di noi magari arrivano al venerdì con una cofana di panni da stirare e si danno da fare. Ma mica solo per prostrarsi ai piedi dell'uomo. Magari tocca stirarsi anche le proprie, di camicie. E che male c'è?!


Un post condiviso da Elisa Isoardi (@elisaisoardi) in data:
 Trovo tutti questi dettagli delle gran bischerate, come si dice da noi.

Dovremmo prendercela non perché il plurale prevede una vocale maschile, ma perché quando denunciamo i nostri aguzzini non viene fatto nulla e si aspetta che siamo morte per compiangerci. O, senza arrivare al dramma, per esempio perché sul lavoro a parità di impiego, l'uomo guadagna di più.

Ma mi fa ancora più rabbia una cosa. Troppo spesso il nemico delle donne sono proprio le donne, ma in pochi lo riconoscono. Basta parlare con donne che lavorano in uffici o in generale ambienti lavorativi tutti al femminile. Solitamente si sentono racconti di cattiverie da far rabbrividire il peggior sociopatico. E non vogliamo forse parlare di quelle donne (sì, proprio loro) che discriminano le altre donne in quanto fortunate proprietarie di un utero? So di più di una ragazza in età fertile scartata dal lavoro perché "poi ci vai in maternità".
E tutte quelle che si svendono per far carriera?!?
E non mi commentate che sono gli uomini. Perché per ogni uomo che la prende, c'è per forza di cose una donna che gliela da.

martedì 10 aprile 2018

Letture

Cara me adolescente,
so benissimo di quando, in mancanza di un fogliaccio di brutta, utilizzavi il banco per scambiarti messaggi con la tua compagna di classe. Che poi, più che messaggi, erano intere conversazioni. Poemi arricchiti da immagini non sempre edificanti. Soprattutto per descrivere le ore di certo prof noiosi.
Ma d'altronde al primo banco mica puoi chiacchierare. Ti vedono subito. In compenso quello di inglese e quella di arte ti adoravano perché, mentre gli altri facevano confusione, tu scrivevi e scrivevi...

Eh beh. Peccati di gioventù.

So anche che ogni volta ripulivate tutte le scritte intanto per rispetto di chi avrebbe pulito. Ma soprattutto tutto col dubbio che chi avrebbe pulito, avrebbe anche letto. Che poi col sorriso ti dicevi "ma figurati un po' se si mettono a leggere i banchi".

Cara me del passato, ebbene sì.
Leggono.
Leggono eccome.
E giudicano anche.


Pertanto, hai fatto benone a far come hai fatto.
Fanno bene anche gli adolescenti di adesso, a non cancellare. È più faticoso, ma vuoi mettere quanto rido?

mercoledì 4 aprile 2018

Limbo

Mi sono accorta di non aver fatto accesso da giorni e giorni al sito del blog, e di non aver letto neanche i vostri, di blog. Non mi ero resa conto di quanto veloce stesse passando il tempo, e ne è passato tanto in un soffio. Questa sensazione è certamente legata al mio essere, tanto per cambiare, in un limbo lavorativo che vede i giorni passare e i "problemi" rimanere statici.

Non è neanche stato un periodo vuoto per il resto, direi. Sono successe tante cose. È passata la Pasqua, e la gita di Pasquetta (in campagna, carinissima ma decisamente troppo affollata), Lui è tornato ad essere un diversamente occupato, dopo tanti mesi di nulla assoluto.
Ho rivisto per la miliardesima volta Ogni cosa è illuminata e per la prima volta ho sbirciato qualcosa in più su internet e ho scoperto un nuovo amore musicale. Devo solo capire come togliermi dalla testa quei ritmi travolgenti!
 
 
È morto Fabrizio Frizzi. È una notizia che non avrei proprio voluto. Le persone dello spettacolo riescono ad entrare più o meno nella vita quotidiana, e in una maniera più o meno incisiva. Frizzi lasciava davvero trapelare quell'essere una brava persona e mi ha fatto pensare "cavolo, se ne vanno veramente i migliori". Poche morti eccellenti mi hanno lasciato così triste. Gaber, manco a dirlo, è uno di queste.